lunedì 30 maggio 2011
Adesione della Fds al comitato referendario
La Federazione della Sinistra ha aderito al costituito "Comitato di cittadini per i 4 Sì ai referendum"! Partecipa alle nostre iniziative in giro per Calenzano. Scrivici una mail per sapere l'elenco delle iniziative!! TI ASPETTIAMO!
Nucleare – Tocca a noi: Vota si per dire no!
maggio 12, 2011 in Ambiente, Politica italiana da guendalina marra
“Cosa fare? Vota si per dire no al nucleare!” Canta a denti stretti Fedez, rapper milanese, ancora poco conosciuto ma sulla buona strada per essere scomodo ai “signori” del potere e dare voce all’urlo disperato di chi soffre e mai viene ascoltato, di chi arranca verso la fine del mese, di chi è troppo impegnato a guadagnarsi il pane per organizzare festini lussuriosi … Eccolo allora abbandonare la protesta politica che lo sta caratterizzando nelle sue canzoni d’esordio, per affrontare il tema del nucleare, il tema d’attualità per eccellenza oggi in Italia, nonostante ci sia chi elegantemente voglia censurarlo, chi, a un mese di distanza dal referendum del 12 e 13 giugno che chiamerà gli italiani a esporsi riguardo quattro quesiti tra cui appunto il ritorno del nucleare in Italia, non dedichi tribune o messaggi di sponsorizzazione all’evento. Ma ciò non suscita scandalo da tempo ormai: l’anarchia che vige sovrana in parlamento riguardo le campagne d’informazione è risaputa. Fortunatamente c’è chi riesce a farsi sentire nel disarmonico coro di voci del governo italiano, c’è chi lotta per far luce sulla questione che ha dell’assurdo: si vuole “far tornare” il nucleare in Italia! C’ è chi dice costi poco, non produca gas serra e rappresenti l’ultima frontiera dell’evoluzione umana. Numerose indagini hanno fornito dati allarmanti riguardo le differenze esorbitanti fra una bolletta dell’energia elettrica di una famiglia italiana e quella di una famiglia di un qualsiasi altro Paese europeo: un dislivello di centinaia di euro. Le cause che comportano un costo così elevato dell’elettricità per l’Italia sono decisamente eterogenee: al primo posto c’è il fatto che l’Italia, per sostenere il proprio fabbisogno energetico, dipende dalla corrente prodotta all’estero e quindi deve rifornirsi da Francia e Svizzera che trasferiscono in Italia il 90% di tutta l’elettricità sfruttata; altra causa, che sta anche alla base della nostra dipendenza da altri fornitori stranieri, è che le nostre centrali elettriche, per produrre energia, utilizzano materie prime di importazione come il petrolio e il gas naturale, ovvero combustibili molto costosi. Emerge invece che i Paesi che hanno investito in fonti alternative, appunto come il nucleare o i termovalorizzatori, abbiano un costo a singolo kwh decisamente inferiore rispetto a quello italiano …
Ecco che un italiano ingenuo e poco informato, con questa breve e superficiale panoramica della situazione energetica italiana, allarmato più dai possibili aumenti di bollette che dalle effettive conseguenze dell’uso di fonti energetiche alternative, su cui volutamente si tace, finisce per cadere nella trappola dell’ignoranza: il nucleare, mettiamocelo bene in testa, “ risponde a logiche di potere e di vantaggi aziendali, non certo dei cittadini, intrecciate a volontà politiche (…)” come si spiega nel libro “Nucleare? A chi conviene? Le tecnologie, i rischi, i costi” di Gianni Mattioli e Massimo Scalia ( Edizioni Ambiente). Il Governo italiano sta facendo da apripista al dramma, intenzionalmente disposto ad eludere ogni forma di condivisione e dialogo sociale. Come se questo non fosse un problema che ci riguarda in prima persona. I motivi per dire no sono tanti, troppi, tanto che basterebbe quasi solo contarli per convincersi dell’inutilità e del danno di questo progetto, basterebbe solo pensare per un attimo alla tragedia di Cernobyl, alla nube di materiali radioattivi fuoriusciti dal reattore e ricaduti sulle zone circostanti, basterebbe pensare ai 65 morti accertati con sicurezza e altri 4000 presunti per tumori e leucemie in un arco di poco meno di 30 anni. Ma se ciò non fosse sufficiente, potremmo tranquillamente riflettere sul fatto che il nucleare è la fonte di energia più sporca: le centrali nucleari generano scorie radioattive, che persistono per un minimo di 300 anni e un massimo di miliardi e in più non ci rende indipendenti dal petrolio, come vorrebbero farci credere le autorità, anzi, ci ritroveremmo a essere dipendenti dall’estero per l’Uranio a saremmo comunque costretti a importare petrolio per i trasporti; senza contare il fatto che è una falsa soluzione per il clima: è una scelta inutile ai fini climatici, perché è vero che il nucleare non incrementa l’effetto serra, ma è anche vero che se dedichiamo il nostro tempo, i nostri sforzi e i nostri capitali alla realizzazione di centrali nucleari, che in ogni caso non sarebbero pronte se non tra una decina di anni, rischiamo di sottrarre risorse alle fonti davvero “pulite”, come per esempio l’energia solare e rinnovabile, il fotovoltaico, e rischiamo di proiettarci nel futuro senza intervenire prima di tutto sul presente. Vogliamo poi accennare al fatto che l’Uranio è una risorsa limitata, destinata ad esaurirsi? La realizzazione di centrali nucleari non farebbe altro che accelerarne la scomparsa. E se l’aspetto puramente ambientalista della questione non ci interessa, se ci illudiamo che il nucleare ci aiuterà ad uscire dalla grave crisi finanziaria che stiamo vivendo, riducendo ampiamente il costo delle temute bollette mensili, bhe … ci sbagliamo: investire sul nucleare in Italia comporterebbe costi di produzione del kwh elettrico difficilmente definibili, soprattutto per smantellamento e gestione delle scorie, in ogni caso costi di gran lunga superiori a quelli previsti per l’utilizzo di altre fonti energetiche pulite e rinnovabili. Le centrali costano: costa farle prima di tutto, ma costa anche mantenerle, mandarle avanti, controllarle, e chi paga? Sicuramente non chi si impegna a far tornare il nucleare: quelli il fisco lo evadono. Gli operai, i dipendenti statali, i precari, quelli si che subiranno il peso gravoso di tasse sempre più ingenti. Questo e molto altro per convincerci che il nucleare distrugge i più e avalla gli interessi di pochi. Non c’è più tempo da perdere, il 12 giugno è alle porte, è ora di prendere la parola, è ora di smetterla di nascondere lo sporco sotto il bel tappeto persiano, e non perché si debba temere un disastro futuro, ma per garantire un benessere presente, perché non possiamo più aspettare, ci siamo dentro ormai. E mentre ci recheremo alle urne ci risuonerà nelle orecchie il buon vecchio Celentano che nel 2008 sognava Chernobyl “ Tutti quanti insieme salteremo in aria, BUM! Un vero e proprio attacco atomico in nome dell’energia, l’inevitabile scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia causerà poi la scomparsa di città meravigliose come Venezia” ….
“Cosa fare? Vota si per dire no al nucleare!” Canta a denti stretti Fedez, rapper milanese, ancora poco conosciuto ma sulla buona strada per essere scomodo ai “signori” del potere e dare voce all’urlo disperato di chi soffre e mai viene ascoltato, di chi arranca verso la fine del mese, di chi è troppo impegnato a guadagnarsi il pane per organizzare festini lussuriosi … Eccolo allora abbandonare la protesta politica che lo sta caratterizzando nelle sue canzoni d’esordio, per affrontare il tema del nucleare, il tema d’attualità per eccellenza oggi in Italia, nonostante ci sia chi elegantemente voglia censurarlo, chi, a un mese di distanza dal referendum del 12 e 13 giugno che chiamerà gli italiani a esporsi riguardo quattro quesiti tra cui appunto il ritorno del nucleare in Italia, non dedichi tribune o messaggi di sponsorizzazione all’evento. Ma ciò non suscita scandalo da tempo ormai: l’anarchia che vige sovrana in parlamento riguardo le campagne d’informazione è risaputa. Fortunatamente c’è chi riesce a farsi sentire nel disarmonico coro di voci del governo italiano, c’è chi lotta per far luce sulla questione che ha dell’assurdo: si vuole “far tornare” il nucleare in Italia! C’ è chi dice costi poco, non produca gas serra e rappresenti l’ultima frontiera dell’evoluzione umana. Numerose indagini hanno fornito dati allarmanti riguardo le differenze esorbitanti fra una bolletta dell’energia elettrica di una famiglia italiana e quella di una famiglia di un qualsiasi altro Paese europeo: un dislivello di centinaia di euro. Le cause che comportano un costo così elevato dell’elettricità per l’Italia sono decisamente eterogenee: al primo posto c’è il fatto che l’Italia, per sostenere il proprio fabbisogno energetico, dipende dalla corrente prodotta all’estero e quindi deve rifornirsi da Francia e Svizzera che trasferiscono in Italia il 90% di tutta l’elettricità sfruttata; altra causa, che sta anche alla base della nostra dipendenza da altri fornitori stranieri, è che le nostre centrali elettriche, per produrre energia, utilizzano materie prime di importazione come il petrolio e il gas naturale, ovvero combustibili molto costosi. Emerge invece che i Paesi che hanno investito in fonti alternative, appunto come il nucleare o i termovalorizzatori, abbiano un costo a singolo kwh decisamente inferiore rispetto a quello italiano …
Ecco che un italiano ingenuo e poco informato, con questa breve e superficiale panoramica della situazione energetica italiana, allarmato più dai possibili aumenti di bollette che dalle effettive conseguenze dell’uso di fonti energetiche alternative, su cui volutamente si tace, finisce per cadere nella trappola dell’ignoranza: il nucleare, mettiamocelo bene in testa, “ risponde a logiche di potere e di vantaggi aziendali, non certo dei cittadini, intrecciate a volontà politiche (…)” come si spiega nel libro “Nucleare? A chi conviene? Le tecnologie, i rischi, i costi” di Gianni Mattioli e Massimo Scalia ( Edizioni Ambiente). Il Governo italiano sta facendo da apripista al dramma, intenzionalmente disposto ad eludere ogni forma di condivisione e dialogo sociale. Come se questo non fosse un problema che ci riguarda in prima persona. I motivi per dire no sono tanti, troppi, tanto che basterebbe quasi solo contarli per convincersi dell’inutilità e del danno di questo progetto, basterebbe solo pensare per un attimo alla tragedia di Cernobyl, alla nube di materiali radioattivi fuoriusciti dal reattore e ricaduti sulle zone circostanti, basterebbe pensare ai 65 morti accertati con sicurezza e altri 4000 presunti per tumori e leucemie in un arco di poco meno di 30 anni. Ma se ciò non fosse sufficiente, potremmo tranquillamente riflettere sul fatto che il nucleare è la fonte di energia più sporca: le centrali nucleari generano scorie radioattive, che persistono per un minimo di 300 anni e un massimo di miliardi e in più non ci rende indipendenti dal petrolio, come vorrebbero farci credere le autorità, anzi, ci ritroveremmo a essere dipendenti dall’estero per l’Uranio a saremmo comunque costretti a importare petrolio per i trasporti; senza contare il fatto che è una falsa soluzione per il clima: è una scelta inutile ai fini climatici, perché è vero che il nucleare non incrementa l’effetto serra, ma è anche vero che se dedichiamo il nostro tempo, i nostri sforzi e i nostri capitali alla realizzazione di centrali nucleari, che in ogni caso non sarebbero pronte se non tra una decina di anni, rischiamo di sottrarre risorse alle fonti davvero “pulite”, come per esempio l’energia solare e rinnovabile, il fotovoltaico, e rischiamo di proiettarci nel futuro senza intervenire prima di tutto sul presente. Vogliamo poi accennare al fatto che l’Uranio è una risorsa limitata, destinata ad esaurirsi? La realizzazione di centrali nucleari non farebbe altro che accelerarne la scomparsa. E se l’aspetto puramente ambientalista della questione non ci interessa, se ci illudiamo che il nucleare ci aiuterà ad uscire dalla grave crisi finanziaria che stiamo vivendo, riducendo ampiamente il costo delle temute bollette mensili, bhe … ci sbagliamo: investire sul nucleare in Italia comporterebbe costi di produzione del kwh elettrico difficilmente definibili, soprattutto per smantellamento e gestione delle scorie, in ogni caso costi di gran lunga superiori a quelli previsti per l’utilizzo di altre fonti energetiche pulite e rinnovabili. Le centrali costano: costa farle prima di tutto, ma costa anche mantenerle, mandarle avanti, controllarle, e chi paga? Sicuramente non chi si impegna a far tornare il nucleare: quelli il fisco lo evadono. Gli operai, i dipendenti statali, i precari, quelli si che subiranno il peso gravoso di tasse sempre più ingenti. Questo e molto altro per convincerci che il nucleare distrugge i più e avalla gli interessi di pochi. Non c’è più tempo da perdere, il 12 giugno è alle porte, è ora di prendere la parola, è ora di smetterla di nascondere lo sporco sotto il bel tappeto persiano, e non perché si debba temere un disastro futuro, ma per garantire un benessere presente, perché non possiamo più aspettare, ci siamo dentro ormai. E mentre ci recheremo alle urne ci risuonerà nelle orecchie il buon vecchio Celentano che nel 2008 sognava Chernobyl “ Tutti quanti insieme salteremo in aria, BUM! Un vero e proprio attacco atomico in nome dell’energia, l’inevitabile scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia causerà poi la scomparsa di città meravigliose come Venezia” ….
mercoledì 11 maggio 2011
Si perchè i beni comuni non sono in vendita....e per dire NO al governo che tenta l'imbroglio!
Riprendiamoci l’acqua e con essa anche il futuro!
di Massimo Rossi
Oltre che un argine estremo contro la privatizzazione dell’acqua, il referendum del 12 e 13 Giugno rappresenta uno dei pochi ostacoli per fermare o almeno deviare il corso della travolgente e fangosa piena che sta devastando la democrazia del nostro Paese. Un devastazione che dopo aver privato i cittadini della possibilità di eleggere in Parlamento qualsiasi voce stonata rispetto ad un coro di componenti “designati” per modulare variamente le intangibili leggi del mercato, ora si accinge a togliere di mezzo anche l’Istituto Costituzionale della democrazia diretta. E’ per questo che a Palazzo Chigi, e non solo, sono instancabilmente all’opera in queste ore per rimuoverlo o frantumarlo in tutti i modi.
Nella sciagurata ipotesi di un suo insuccesso, gli agguerriti gruppi finanziari ed industriali del settore si accaparrerebbero in un sol boccone sia le nostre bollette pronte ad essere gonfiate a dismisura, sia la grande torta di 64 miliardi di investimenti previsti nei prossimi anni sulle reti idriche e di depurazione.
Altro che virtuose leggi del mercato! Le gare che la Ronchi vuole imporre in modo generalizzato a partire dalla fine di quest’anno, oltre ad essere truccate da spudorati accordi di cartello, come dimostrano persino le sanzioni dell’Antitrust, trasformerebbero il servizio idrico in un variopinto monopolio in mano a colossali imprese multinazionali in grado di produrre profitti certi e duraturi al riparo da qualsiasi concorrenza.
Lauti profitti per arricchire i già più ricchi del pianeta ma anche, paradossalmente, per dare ossigeno attraverso la Cassa Depositi e Prestiti alle finanze pubbliche devastate da colossali sprechi in armamenti e infrastrutture inutili. Quella Cassa che invece di assicurare fondi pubblici al settore, partecipa a fondi di investimento più o meno occulti al solo scopo di cercare lucro! Profitti volti, addirittura, a rimpinguare risparmi di famiglie e pensionati, indotti da colossi come l’emiliana e “progressista” Hera a consegnarli ad essa tramite la borsa, per farli lievitare nell’incremento del proprio fatturato. Peccato per loro e per tutti noi che tale rendita sarà la conseguenza del gonfiarsi delle bollette oppure dell’aumento dei consumi e degli sprechi o, se si preferisce, dei tagli sui costi ed i diritti dei lavoratori del servizio!
Un bene – che forse più di ogni altro per la sua natura, per la sua indispensabilità alla vita, per le pessime sorti che subisce a causa dei disastri di un modello di sviluppo disumano, richiama la necessità di ripensare il come stare insieme sulla terra, il come rigenerare la democrazia, la partecipazione, la condivisione – e che invece verrebbe ridotto ad una qualsiasi merce in mano a società di capitali come avviene oramai da tempo per la stessa vita umana.
E quante ipocrisie e bugie si mettono in campo per tentare questo ulteriore scempio!
Che, ad esempio, l’acqua resterebbe pubblica mentre ad essere privatizzato sarebbe solo “il servizio” (..oltre naturalmente alle chiavi del nostro acquedotto!). Che resterebbe sempre il pubblico a controllare la qualità e la regolarità della gestione del privato …dopo aver mandato a casa tecnici e ingegneri delle nostre ex municipalizzate, smontando la catena delle conoscenze di cui essi costituiscono gli anelli attuali. Che è l’Europa ad imporci di privatizzare …mentre, oltre alle sentenze della Corte Costituzionale, il ritorno di Parigi alla gestione pubblica dopo 5 lustri di privatizzazione, con notevoli risparmi e investimenti, ce la dice lunga sugli obblighi ed anche sulla convenienza del mercato.
Tra i pochi a non peccare di questa straripante ipocrisia, gliene va dato atto, c’è l’inossidabile “social liberista” Franco Bassanini, che dalle colonne del Corriere della sera fa appello per il no al referendum “a tutte le persone responsabili”, ed in particolare al suo segretario di partito Pierluigi Bersani, che lui stesso definisce “uomo delle liberalizzazioni, perché le ha fatte davvero e più di chiunque altro in Italia”, ”…ad essere un partito di governo cercando di convincere gli iscritti sulla necessità di votare no al referendum“ non inseguendo anacronistici detrattori del capitalismo e del mercato, infiltrati nelle sue stesse fila! E ricordando giustamente che “il testo di legge contro cui l’ opposizione si sta mobilitando è sostanzialmente lo stesso presentato nel 2000 da Napolitano-Vigneri, approvato dal Senato con maggioranza bipartisan. Che non divenne legge solo per la fine della legislatura”
Ma nonostante questi accorati appelli e le più temibili e subdole azioni di Governo ed industriali, stavolta non la faranno franca. Vinceremo noi perché quel fronte, quella vivace moltitudine insorgente e propositiva che si snoda lungo i nostri territori, nonostante l’ombra del sistema della disinformazione, non mancherà all’appuntamento.
Quel fronte che, ad esempio, nel ribellarsi alla cancellazione dei diritti del lavoro prospetta un altro ruolo pubblico capace di indicare cosa, come e per chi produrre; che nel difendere i propri territori dall’aggressione di chi devasta a fine di lucro i nostri panorami prospetta nuove economie, magari in alleanza con quanti, facendo agricoltura, offrono oltre che qualità e sicurezza alimentare anche un turismo responsabile; che nell’opporsi alla distruzione dell’istruzione pubblica prospetta una nuova idea e nuove passioni per la conoscenza, intesa come motore di una economia e di una società da reinventare; che nei luoghi dell’accoglienza e dei diritti umani, siano essi parrocchie o centri sociali, continuano ad operare e a cooperare per arginare la barbarie, nella consapevolezza che in questo mondo o ci si salva insieme o non c’è scampo per nessuno.
Quel fronte a volte inconsapevole di esserlo, ma che ha ben chiaro che tutte queste loro istanze si sublimano e si specchiano nell’acqua e nella sua sorte. Per questo si sono già dati appuntamento per quel fine settimana alla metà di giugno. Un appuntamento a cui di certo noi non mancheremo, per ripartire tutti insieme e per riprenderci oltre che l’acqua anche il futuro!
di Massimo Rossi
Oltre che un argine estremo contro la privatizzazione dell’acqua, il referendum del 12 e 13 Giugno rappresenta uno dei pochi ostacoli per fermare o almeno deviare il corso della travolgente e fangosa piena che sta devastando la democrazia del nostro Paese. Un devastazione che dopo aver privato i cittadini della possibilità di eleggere in Parlamento qualsiasi voce stonata rispetto ad un coro di componenti “designati” per modulare variamente le intangibili leggi del mercato, ora si accinge a togliere di mezzo anche l’Istituto Costituzionale della democrazia diretta. E’ per questo che a Palazzo Chigi, e non solo, sono instancabilmente all’opera in queste ore per rimuoverlo o frantumarlo in tutti i modi.
Nella sciagurata ipotesi di un suo insuccesso, gli agguerriti gruppi finanziari ed industriali del settore si accaparrerebbero in un sol boccone sia le nostre bollette pronte ad essere gonfiate a dismisura, sia la grande torta di 64 miliardi di investimenti previsti nei prossimi anni sulle reti idriche e di depurazione.
Altro che virtuose leggi del mercato! Le gare che la Ronchi vuole imporre in modo generalizzato a partire dalla fine di quest’anno, oltre ad essere truccate da spudorati accordi di cartello, come dimostrano persino le sanzioni dell’Antitrust, trasformerebbero il servizio idrico in un variopinto monopolio in mano a colossali imprese multinazionali in grado di produrre profitti certi e duraturi al riparo da qualsiasi concorrenza.
Lauti profitti per arricchire i già più ricchi del pianeta ma anche, paradossalmente, per dare ossigeno attraverso la Cassa Depositi e Prestiti alle finanze pubbliche devastate da colossali sprechi in armamenti e infrastrutture inutili. Quella Cassa che invece di assicurare fondi pubblici al settore, partecipa a fondi di investimento più o meno occulti al solo scopo di cercare lucro! Profitti volti, addirittura, a rimpinguare risparmi di famiglie e pensionati, indotti da colossi come l’emiliana e “progressista” Hera a consegnarli ad essa tramite la borsa, per farli lievitare nell’incremento del proprio fatturato. Peccato per loro e per tutti noi che tale rendita sarà la conseguenza del gonfiarsi delle bollette oppure dell’aumento dei consumi e degli sprechi o, se si preferisce, dei tagli sui costi ed i diritti dei lavoratori del servizio!
Un bene – che forse più di ogni altro per la sua natura, per la sua indispensabilità alla vita, per le pessime sorti che subisce a causa dei disastri di un modello di sviluppo disumano, richiama la necessità di ripensare il come stare insieme sulla terra, il come rigenerare la democrazia, la partecipazione, la condivisione – e che invece verrebbe ridotto ad una qualsiasi merce in mano a società di capitali come avviene oramai da tempo per la stessa vita umana.
E quante ipocrisie e bugie si mettono in campo per tentare questo ulteriore scempio!
Che, ad esempio, l’acqua resterebbe pubblica mentre ad essere privatizzato sarebbe solo “il servizio” (..oltre naturalmente alle chiavi del nostro acquedotto!). Che resterebbe sempre il pubblico a controllare la qualità e la regolarità della gestione del privato …dopo aver mandato a casa tecnici e ingegneri delle nostre ex municipalizzate, smontando la catena delle conoscenze di cui essi costituiscono gli anelli attuali. Che è l’Europa ad imporci di privatizzare …mentre, oltre alle sentenze della Corte Costituzionale, il ritorno di Parigi alla gestione pubblica dopo 5 lustri di privatizzazione, con notevoli risparmi e investimenti, ce la dice lunga sugli obblighi ed anche sulla convenienza del mercato.
Tra i pochi a non peccare di questa straripante ipocrisia, gliene va dato atto, c’è l’inossidabile “social liberista” Franco Bassanini, che dalle colonne del Corriere della sera fa appello per il no al referendum “a tutte le persone responsabili”, ed in particolare al suo segretario di partito Pierluigi Bersani, che lui stesso definisce “uomo delle liberalizzazioni, perché le ha fatte davvero e più di chiunque altro in Italia”, ”…ad essere un partito di governo cercando di convincere gli iscritti sulla necessità di votare no al referendum“ non inseguendo anacronistici detrattori del capitalismo e del mercato, infiltrati nelle sue stesse fila! E ricordando giustamente che “il testo di legge contro cui l’ opposizione si sta mobilitando è sostanzialmente lo stesso presentato nel 2000 da Napolitano-Vigneri, approvato dal Senato con maggioranza bipartisan. Che non divenne legge solo per la fine della legislatura”
Ma nonostante questi accorati appelli e le più temibili e subdole azioni di Governo ed industriali, stavolta non la faranno franca. Vinceremo noi perché quel fronte, quella vivace moltitudine insorgente e propositiva che si snoda lungo i nostri territori, nonostante l’ombra del sistema della disinformazione, non mancherà all’appuntamento.
Quel fronte che, ad esempio, nel ribellarsi alla cancellazione dei diritti del lavoro prospetta un altro ruolo pubblico capace di indicare cosa, come e per chi produrre; che nel difendere i propri territori dall’aggressione di chi devasta a fine di lucro i nostri panorami prospetta nuove economie, magari in alleanza con quanti, facendo agricoltura, offrono oltre che qualità e sicurezza alimentare anche un turismo responsabile; che nell’opporsi alla distruzione dell’istruzione pubblica prospetta una nuova idea e nuove passioni per la conoscenza, intesa come motore di una economia e di una società da reinventare; che nei luoghi dell’accoglienza e dei diritti umani, siano essi parrocchie o centri sociali, continuano ad operare e a cooperare per arginare la barbarie, nella consapevolezza che in questo mondo o ci si salva insieme o non c’è scampo per nessuno.
Quel fronte a volte inconsapevole di esserlo, ma che ha ben chiaro che tutte queste loro istanze si sublimano e si specchiano nell’acqua e nella sua sorte. Per questo si sono già dati appuntamento per quel fine settimana alla metà di giugno. Un appuntamento a cui di certo noi non mancheremo, per ripartire tutti insieme e per riprenderci oltre che l’acqua anche il futuro!
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